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Olbia - Archeologia

Archeologia

Una fattoria romana dell'età repubblicana detta di S'Imbalconadu
Dal centro di Olbia, al termine del corso prendiamo sulla sinistra la via Roma, lasciato sulla destra il cimitero proseguiamo in via Venafiorita che più avanti diventa la strada provinciale che porta a Loiri. Dopo 3 km, passato il rio Oddone, un cartello segnala sulla destra una fattoria romana costruita intorno al 130-120 a.C. ed abbandonata intorno al 70-80 d.C. Al centro si trovano i resti della villa padronale di quattro stanze che doveva originariamente svilupparsi su due piani. Ad est dell'ingresso un edificio adibito alla macinazione del grano e alla cottura del pane e ad ovest due cisterne con un ampio vano probabilmente per la lavorazione di vino ed olio. Altri ambienti vengono indicati come magazzini. Durante gli scavi è stato rinvenuto un blocco di granito scolpito a rilievo con il simbolo della dea punica Tanit, conservato oggi al Museo Archeologico di Sassari, che testimonia come in piena età romana la fattoria fosse ancora sotto la protezione di una divinità punica.

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La tomba dei giganti di Su Monte de S'Ape
Proprio sotto il castello si trova la ben conservata tomba dei giganti di Su Monte de S'Ape, che con la sua lunghezza di oltre 28 mt è la più grande della Sardegna ed è probabilmente da mettere in relazione con il nuraghe Casteddu che si trova a circa 400 mt di distanza. Le tombe dei giganti, così chiamate per le loro grandi dimensioni, erano sepolture collettive dell'età nuragica nelle quali i defunti venivano allineati lungo un corridoio, mentre nello spazio davanti all'ingresso, di fronte a un semicerchio detto esedra formato da lastroni infissi nel terreno in verticale, venivano deposte le offerte. Al centro dell'esedra era presente la stele, una grande lastra con un portello, della quale in questa tomba però non resta traccia. Si ritiene che intorno all'originaria tomba a galleria dell'età del Bronzo Antico (1800-1600 a.C.) sia stata realizzata la struttura dell'esedra nel periodo del Bronzo Medio (1600-1300 a.C.).

I resti del Porto Romano ed il ritrovamento dei relitti del Porto
Alcuni resti del Porto Romano si trovano all'interno della città. Per raggiungerli si deve prendere il grande viale Gabriele d'Annunzio; lo si può fare dal Corso, lasciata sulla sinistra la piazza Regina Margherita, svoltando invece a destra in via Porto Romano, superato il passaggio a livello prendendo sulla destra via Gabriele D'Annunzio. Qui è stata trovata la maggior parte dei reperti del periodo romano, oggi conservati in gran parte nel Museo Archeologico di Cagliari.

Durante i lavori per lo scavo del tunnel sul lungomare di Olbia, sono stati portati alla luce i relitti di 24 imbarcazioni del periodo romano e medievale, in buono stato di conservazione. I relitti sono stati interamente smontati e successivamente ricostruiti. Sono ora in fase di studio e di restauro e saranno in futuro visitabili in un'apposita area che verrà attrezzata presso il Museo archeologico di Olbia, ma hanno già permesso di ricostruire la vita del porto antico con interessanti novità anche dal punto di vista storico, come una prima frequentazione della zona già nell'VIII sec a.C. e quindi ben quattro secoli prima della data della fondazione della città da parte dei Cartaginesi, e come le evidenze di un attacco dei Vandali nel V sec d.C.

I resti dell'Acquedotto Romano si raggiungono dalla SP82 che porta a Golfo Aranci. Vi si arriva dal viale Gabriele d'Annunzio, che seguiamo fino al semaforo dove giriamo a destra prendendo il Cavalcavia sopra la ferrovia e proseguendo per via dei Lidi, che diventa appunto la provinciale per Golfo Aranci.

Scesi dal cavalcavia si trova subito l'indicazione che ci fa prendere una stradina sulla sinistra, alla immediata biforcazione non ci sono indicazioni e si deve evitare di andare a destra dove dopo un lungo giro si tornerebbe al punto di partenza (a me è capitato...), ma  si gira a sinistra e poi subito a destra. Seguendo la strada dopo circa 1 km si vedono sulla sinistra i resti dell'acquedotto realizzato tra il I e il II sec d.C. con la sua cisterna che raccoglieva l'acqua della fonte di Cabu Abbas (caput acquarum ossia origine delle acque)      e la portava dopo un percorso di 7 km fino a Olbia, alle cisterne delle terme. Sulla destra si vedono i resti di una seconda molto più grande cisterna, non collegata con l'acquedotto e probabilmente adibita ad uso privato, della quale è possibile vedere dall'interno tutta la struttura.

Il nuraghe di Riu Mulinu o santuario nuragico di Cabu Abbas
Tornati sulla provinciale per Golfo Aranci, più avanti troviamo l'indicazione e prendiamo una stradina a sinistra che ci porta, dopo 3,6 km di strada che è un susseguirsi di curve e di dossi, in cima a uno sperone roccioso a 245 mt sul mare. Qui si parcheggia vicino a una fonte alla quale gli olbiesi si recano per rifornirsi di ottima acqua, e una camminata di 20 minuti in salita ci porta al santuario nuragico di Cabu Abbas, in una posizione strategica dalla quale si dominavano già da allora non solo la vallata ma anche tutta la costa sottostante.

Il monumento risale probabilmente all'età del Bronzo Medio (1600-1300 a.C.). E' costituito da una cinta muraria realizzata con blocchi di granito sovrapposti, che si sviluppa per 220 mt, con uno spessore anche di 4 mt ed un'altezza che in alcuni punti supera i 5 mt.

La cinta circonda la vetta della collina dando l'impressione di una grande fortezza, con due ingressi contrapposti uno a nord e l'altro a sud. Al centro dell'ampio spazio racchiuso dalla cinta muraria si trova un insolito nuraghe, non molto grande con un diametro di soli 8,5 mt, realizzato con blocchi tutti delle stesse dimensioni che gli danno una forma perfettamente cilindrica, a differenza dei nuraghi difensivi che si presentano molto più grandi e sono realizzati con blocchi di maggiori dimensioni in basso e sempre più piccoli verso l'alto. Il nuraghe è circondato da altre strutture murarie e due muraglioni che formano un corridoio d'accesso, e racchiude un pozzo sacro profondo inizialmente 2,5 mt nel quale durante gli scavi furono rinvenuti resti di animali sacrificati. Nella nicchia d'ingresso del nuraghe è stata ritrovata la statuina di una donna che porta un vaso sulla testa ed altri oggetti in bronzo.

La presenza del piccolo nuraghe a protezione del pozzo sacro, e l'ampia zona cintata adatta alla raccolta di grande numero di persone in assenza di un qualsiasi nucleo abitativo, fa ritenere questa struttura un punto di incontro per cerimonie sacre e ne giustifica il nome di santuario nuragico.

Il pozzo sacro nuragico di Sa Testa
Tornati sulla provinciale per Golfo Aranci, a 3,3 km da Olbia seguendo le indicazioni svoltiamo sulla destra ed effettuiamo subito l'inversione, quindi prendiamo una stradina sulla destra che ci porta in un'area recintata, percorso un vialetto di 100 mt si arriva al pozzo sacro nuragico di Sa Testa, datato presumibilmente età del Bronzo Tardo tra il 1300 ed il 900 a.C. e frequentato fino in età romana.

All'ingresso del tempio a pozzo c'è un ampio cortile esterno con funzione di esedra, dotato di sedili in pietra per accogliere i fedeli, sotto il quale scorre una canalina di deflusso delle acque in eccesso che evitava l'allagamento dell'esedra, la cui copertura è stata nel tempo in parte rimossa.

Dal cortile si accede al vestibolo dal quale una scala di 17 gradini conduce alla sorgente perenne, racchiusa entro una camera circolare con la copertura a tholos, ossia a forma di tronco di cono, che sembra quasi un nuraghe interrato. La scala ha una insolita copertura architravata costituita da blocchi che formano una scala rovesciata che dà un effetto di maggior profondità al vestibolo

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